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PANNELLO N° 18

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I partigiani

Ancora prima della caduta di Mussolini, alcuni partiti antifascisti hanno dato vita ad un’attività clandestina di propaganda e di organizzazione dei futuri nuclei armati di resistenza. Dopo l’8 settembre 1943 si formano così sull’Appennino e sulle Apuane le prime formazioni partigiane; a formare i loro ranghi sono in particolare i molti giovani che, per non essere inquadrati nelle milizie della Repubblica di Salò, non rispondono alle chiamate di leva e sono quindi considerati disertori e costretti a nascondersi. Non potendo rimanere nelle loro abitazioni scelgono di andare sui monti. Ci sono poi soldati e ufficiali del Regio Esercito sbandati per le conseguenze dell’Armistizio e impossibilitati a rientrare nei loro paesi di origine, nonché antifascisti e ricercati politici. Sui monti piano piano si crea una organizzazione politico militare articolata in divisioni, brigate, battaglioni e distaccamenti.
Nel corso dei mesi le formazioni partigiane sono soggette a cambiamenti, per l’aggregazione di altri giovani o a seguito delle perdite subite nei sanguinosi scontri con i nazifascisti, oppure come conseguenza della riorganizzazione territoriale dei gruppi.
Per la complessità del fenomeno, si può soltanto accennare ad alcuni raggruppamenti.
Il primo nucleo di partigiani in Lunigiana è ritenuto essere quello del “Monte Nebbione”, tra Sarzana, Fosdinovo e S. Stefano Magra, dove già il 9 settembre si rifugia un gruppo di giovani, armati con i fucili abbandonati dai soldati dopo l’armistizio. A questi si uniscono antifascisti e alpini sbandati che si erano nascosti sul monte Grosso ad Aulla. Al comando della banda è un operaio dell’arsenale spezzino, Arturo Emilio Baccinelli e commissario politico è Paolino Ranieri, uscito dalle carceri fasciste, ispiratore è Anelito Barontini, antifascista che mantiene i contatti con il PCI della bassa val di Magra e con la federazione comunista di Genova. Il PCI è inizialmente il partito più organizzato nella clandestinità e quindi preparato a predisporre un’azione di lotta. Tra le regole imposte all’interno dei gruppi vi sono l’uguaglianza nel vitto e nell’abbigliamento tra capi e semplici partigiani, la libera discussione, la scelta per elezione dei capi, la collaborazione con i contadini e il rispetto della loro proprietà.

La Resistenza in Lunigiana
Il 15 ottobre 1943 arriva nello zerasco, a Rossano, il maggiore inglese Gordon Lett che, fuggito da un campo di concentramento nel piacentino, dà vita al Battaglione Internazionale a cui aderiscono partigiani italiani ed ex militari alleati. Nel 1945 risulta così composto: 281 Britannici, 15 Americani, 32 Polacchi, 9 Iugoslavi, 4 Olandesi, 2 Francesi, 3 Belgi, 25 Russi, 16 della Missione Militare Britannica e 50 paracadutisti britannici. Tra le azioni messe in atto, Gordon Lett ricorda il colpo alla centrale elettrica di Teglia, protetta dalla milizia. Il 16 giugno ‘44 una quindicina di partigiani, guidati da uomini del luogo, scendono da Rossano a Teglia e qui asportarono dagli uffici della diga il prezioso equipaggiamento militare e i viveri. Il maggiore inglese, punto di riferimento di molte missioni alleate dietro la linea del fronte, è anche testimone diretto dei ripetuti e feroci rastrellamenti nazifascisti nella zona che portarono alla quasi totale distruzione di molti paesi di quelle vallate, mettendo a dura prova la collaborazione della gente del posto con i partigiani che tuttavia non venne mai a mancare.
Intanto nel gennaio 1944 il distaccamento “Guido Picelli” della XII Bgt Garibaldi di Parma si sposta dal versante parmense dove si era costituito e si stabilisce nell’Appennino pontremolese guidato da Fermo Ognibene “Alberto”. Tra le prime azioni il 4 marzo assale la postazione di militi della RSI al Passo del Brattello e ne uccide i quattro componenti. Il 15 marzo Ognibene cade a Succisa assieme a due compagni in uno scontro con i fascisti mentre copre la ritirata del gruppo. Gli subentra Dante Castellucci “Facio” che diviene ben presto uno dei comandanti partigiani più noti. Molte le azioni messe in atto per disarmare i caselli lungo la linea ferroviaria e procurarsi armi e munizioni. Nel luglio ‘44 dopo l’uccisione di Facio i suoi più fedeli lasciano la nuova formazione che si costiuisce per aderire alla I Divisione Liguria e si trasferiscono in Val Parma dove continuano la lotta fino alla Liberazione.
Nell’estate 1944 nella zona della Cisa si insediano le brigate Beretta, di Gino e Guglielmo Cacchioli, fratelli antifascisti costretti alla macchia da un mandato di cattura della RSI. La formazione sorge alla fine del ‘43 nell’alta Valtaro, dove si erano rifugiati molti soldati meridionali dell’esercito sbandati a cui si aggiungono i giovani locali renitenti alla leva. Nel territorio che insiste sui due versanti dell’Appennino opera anche la II brigata Julia di cui sarà comandante dal 15 agosto 1944 Giuseppe Molinari “Birra”, già sottotenente degli Alpini in Russia. Questa formazione era nata tre mesi prima nel pontremolese, al Groppo del Vescovo, con l’ adesione di molti lunigianesi. A partire dal febbraio 1945, quando la divisione si sposta verso Valmozzola, Birra e il suo gruppo entrano a far parte delle brigate Beretta che assumono il nome di Divisione Cisa, di cui Birra diviene vicecomandante, ed agiscono soprattutto nel versante lunigianese della Cisa e lungo la ferrovia Parma-La Spezia.
Sempre a ridosso del crinale appenninico settentrionale, in Valdantena, nell’alta val Magra si riuniscono anche dei gruppi che vengono indicati come “Battaglione Pontremolese” della II Julia. Sono in collegamento con le forze della Resistenza dell’alta Val Parma e del bercetese e, attraverso un servizio di staffette, mantengono i rapporti con la città. Il Battaglione viene sciolto nel febbraio ‘45: alcuni alcuni aderiscono ad altre formazioni, mentre quelli che rimangono in Valdantena danno vita alla III Brigata Beretta “Pontremolese”, comandata da Birra e con commissario politico il pontremolese Mino Tassi (Bixio). Le tre brigate della divisione mettono in atto ripetuti attacchi ai caselli ferroviari. Nell’aprile ‘45 il comando della Divisione Cisa è a Cervara: si mette in contatto con le pattuglie del Corpo d’Armata americano ed il 27 entrano insieme nella città di Pontremoli liberata.

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